Gruppo don Milani Brescia


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Don Nesi

Testimonianze

ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE "DON MILANI"

Atti del Convegno di Studi

CHIESA, CULTURA E SCUOLA IN DON LORENZO MILANI

19 marzo 1983

Cinema Teatro Gloria - Montichiari

(…)


LA FIGURA E L'OPERA DI DON MILANI
don Alfredo Nesi, sacerdote toscano

Siccome come prete sono sempre stato molto rispettoso del laicato, parlerò prima io invece che Luciano Pazzaglia.
Dunque, questo fatto di avere una scuola intitolata a don Milani è certamente diverso che intitolarla a Giuseppe Garibaldi o a chi volete voi, poiché deve venir fuori - e ve l'auguro - una fregatura, cioè don Milani è una persona che coinvolge. La gioventù di oggi, a mia parere e anche secondo l'esperienza ormai abbastanza vasta (perché ho i capelli bianchi) e fatta continuamente in mezzo ai giovani, ha la necessità di faticare nell'apprendere e di possedere delle convinzioni, di avere una formazione di coscienza autentica, per cui questa non è una celebrazione e neanche un discorso organico.
Proprio non voglio che sia tale, ma vorrei dare degli spunti, in modo da suscitare in voi un interesse che non deve poi essere sepolto, non deve essere abbandonato, ma vi deve fare esperti di questa persona, Lorenzo Milani, che io ho conosciuto bene, perché mi sono trovato suo compagno di banco a Teologia nel Seminario Fiorentino.
Ho conosciuto bene la sua famiglia, la scuola, i ragazzi, tutto, per cui vorrei avviare questo mio intervento, questa mia presenza che non è di docente ma di un pover'uomo che davanti a Dio deve render conto di aver lavorato.
Vorrei avviare un itinerario di studio, per cui dire "Io ho studiato nell'Istituto intitolato a don Milani" per voi possa significare per il vostro avvenire, per le vostre maturazioni di responsabilità e di scelte nella vita, possa voler dire "Io ho formato la mia coscienza in questa scuola pensando a quest'uomo, scoprendo la dimensione grandiosa, ormai internazionale, di questo padre della Chiesa contemporanea, di questo educatore grandioso". Quindi io faccio non tanto delle riflessioni sul messaggio educativo di don Milani, quanto più che altro sulla sua fede.
Se volessi consigliare a voi come approcciare don Lorenzo Milani, vi consiglierei questo itinerario che consiglio sempre e che ho sperimentato in cento occasioni.
Leggerei a fondo la
Lettera ai Giudici, nata su quel grande problema che è l'obiezione di coscienza, un problema costante della vita, non soltanto verso il servizio militare: ogni cristiano, ogni uomo che voglia essere libero dentro, è di per sé un obiettore di coscienza perché il primato della coscienza inevitabilmente provoca l'obiezione contro tutto uno standard di costumi, di mentalità e di legislazioni che non possono essere approvati né possono diventare ragioni di vita né tanto meno, soprattutto, ragioni di adattamento.
Allora leggerei innanzitutto
L'obbedienza non è più una virtù: lì c'è un modo chiarissimo di leggere la storia, perché la storia bisogna saperla leggere e purtroppo nella critica che si fa ai libri ai testo che di solito hanno girato nelle mani dei ragazzi di ogni livello scolastico, credo che - lo diceva don Lorenzo Milani - la storia è quella che più ne ha buscato. Una storia che tante volte si è limitata a fare la cronologia di battaglie, mentre rare volte è stata una cronologia, uno sviluppo di popoli.
Poi consiglierei di leggere le
Lettere di Lorenzo Milani priore di Barbiana perché svelano un mondo, lo inquadrano nei suoi rapporti. Barbiana, luogo isolatissimo, impossibile, di relegazione, è diventato invece un punto di richiamo. Quando penso a Barbiana penso al deserto di Giovanni Battista: la gente vi accorreva da ogni parte perché un uomo che è se stesso diventa un punto di fascino, anche se è collocato in un deserto. Cosicché Barbiana, e mi ricordo il giorno della morte quando centinaia di automobili erano arrampicate sulla montagna di Barbiana, veramente è stata il piedistallo del trono o, meglio, del pulpito dell'annunzio di don Milani. Leggere queste lettere spiega tutto un intreccio delicatissimo con le posizioni più interessanti allora nella scuola, nella vita politica e sindacale del paese.
Poi leggerei
Lettera ad una Professoressa, che in ordine cronologico è l'ultimo libro di don Milani, anche perché lì si scopre che cosa è la sua fede. Questo libro è stato veramente scritto da ragazzi insieme a lui e da lui insieme ai ragazzi e non è un'opera fatta a tavolino.
E poi leggerei le
Lettere alla mamma, dolcissima donna che gli ha voluto tanto bene, perché lì si entra nell'intimità di un rapporto fra persone caratterizzate dall'amore. E questa donna di statura eccezionale (il babbo gli morì abbastanza presto, nei primi anni della sua esperienza di convertito), questa donna non credente, di sangue ebraico da una parte, fino all'ultimo, per una impostazione mentale di una dignità incredibile e una libertà finissima, ha difeso, ha voluto che si riconoscesse nel suo figliolo "l'uomo di Chiesa".
E infine leggerei
Esperienze Pastorali, rovesciando quindi un po' la cronologia, perché lì si vede come don Lorenzo Milani sia entrato in un popolo. Mentre Barbiana era un posto senza popolo, Calenzano è un posto caratterizzato da una periferia che ha due orientamenti, uno su Firenze e uno su Prato, con tutti i fenomeni che accompagnano le periferie delle zone industrializzate e delle zone colte.
Questo lo farei perché dovete, dopo un avvio di questo tipo, cominciare in un modo sistematico ad approfondire il grande fenomeno di don Milani.
Questo è il primo punto. Seconda cosa: Barbiana. Bisogna ripulire Lorenzo Milani dai luoghi comuni: "perseguitato dall'autorità ecclesiastiche" (ed è anche vero), "Barbiana, un esilio crudele". Ho già detto che secondo me Barbiana è stata il coronamento della sua fatica spirituale, della sua forza di credere, della sua capacità di amare. Quando, lasciata una piana popolata come Calenzano, è salito sul monte Giovi, allora non c'è neanche la strada per arrivare, sia pure con una macchina o con un barroccio, alla piccola canonica abbandonata che aveva poche decine di anime. Barbiana (oggi non è più così, non esiste più la popolazione di Barbiana) a quei tempi era fatta di pastori, molte volte anche di famiglie del Meridione che, per avvicinarsi alla città, sostavano in questi poderi abbandonati.
Certamente altri andando a Barbiana avrebbero considerata conclusa la propria esperienza e si sarebbero messi a fare i monaci. Invece lui scelse di essere maestro lì, molto più di quanto non lo era stato a Calenzano, perché a Calenzano il suo essere maestro si configurava nella scuola serale, la scuola degli operai che tornavano dai telai di Prato. Barbiana invece divenne la scuola integrale, la scuola a tempo pieno, che non fa vacanza, la scuola 365 giorni l'anno e uno di più negli anni bisestili. Barbiana è inoltre il luogo in cui si è affinata la sua fede: credo che Barbiana sia stato il grande sposalizio mistico di Lorenzo Milani con madonna povertà, anche da un punto di vista della condizione economica.
Accanto alla tomba di Lorenzo Milani c'è la tomba della nonna, cioè la mamma dell'Eda, perché queste due donne che erano state con familiari del vecchio parroco di San Donato di Calenzano, don Pugi, hanno seguito Lorenzo, con un grande sforzo per loro in questa situazione di isolamento. La pensione della nonna, una piccola pensione, mi pare di vedova di guerra se non sbaglio, tante volte ha soccorso Lorenzo per questo gruppo di una quindicina di ragazzi che facevano famiglia con lui.
Per capire la differenza che passa fra Lorenzo Milani il barbianese e la presenza della sua fede, la fatica di credere e anche la scelta di essere comunque uomo di Chiesa, lo metterei a confronto con il fenomeno fiorentino, decadente e decaduto, dell'Isolotto (di cui tutti forse avete sentito parlare), di questo quartiere nuovo fatto da La Pira che ad un certo momento crea una autentica questione di conduzione pastorale, quindi di rapporto con la gente e con il successore del cardinal Dalla Costa, il cardinale Florit.
Certamente le motivazioni che mossero la faccenda dell'Isolotto sono autentiche e ci siamo impegnati tutti; però ci accorgemmo presto della decadenza culturale ed etica di quell'esperienza, e poi del fatto dell'entrare nella contestazione la più umiliante perfino.
Quando i ragazzi dell'Isolotto, la gente dell'Isolotto, gruppo ormai sparuto, alzava nei cortei
Lettera ad una Professoressa come se fosse il libretto rosso di Mao, certamente facevano un atto di appropriazione indebita perché mai e poi mai Lorenzo Milani si sarebbe riconosciuto in un fenomeno come quello, così come non si riconosceva in tutto l'intellettualismo di sinistra che cominciava a ruotare intorno a padre Balducci.
E ora vorrei affrontare subito il fatto della Chiesa che lo perseguitò. Qui bisogna un pochino entrare nella situazione di Firenze. Nel dopoguerra Firenze ha innalzato, io dico sempre così, mi piace questa immagine, come una cupola spirituale formata da costoni portanti (avete forse negli occhi la cupola di Brunelleschi, rossa di mattoni, di tegoli, di questi sei costoni bianchi di marmo di Carrara che terminano in questa congiunzione fra cielo e terra). E i sei costoni sono stati due vescovi, Dalla Costa e Bartoletti, due preti, Facibeni e Milani, e due laici, La Pira e Pistelli, oltre naturalmente a una componente culturale e operaia, anche non cattolica, estremamente interessante, dai costituenti come Piero Calamandrei, a degli uomini di sinistra come Fagiani, a sindacalisti come Bitozzi, tutta una esperienza di settori operai e culturali veramente animata e viva.
Ma qual è il pregio dell'esperienza fiorentina attraverso i secoli in questa grande fioritura interessantissima del dopoguerra? E' una completa adesione a Roma, intesa come sede di Pietro, e una totale divisione da Roma, cioè la separazione che passa fra il sacramento e il costume ecclesiastico.
La nostra esperienza fiorentina è un'esperienza apocalittica che si chiama Girolamo Savonarola. Abbiamo il vantaggio di essere stati circondati dal potere temporale di papi ma di non averne mai avuto conseguenze esplicite e possessive, anche se nella vicenda dei Medici c'è tanta presenza della curia romana. E' rimasto in noi questo fatto di cercare, faticosamente, la proposta che è proposta di bellezza, in ultima analisi del pensiero, della fede cristiana, della unità cristiana - non a caso a Firenze si concluse il cammino di incontro fra le Chiese - ma anche una separazione totale da quello che è il costume ecclesiastico. Abbiamo avuto un campione di questa distinzione che era un cardinale di Santa Romana Chiesa, il cardinale Elia Dalla Costa.
A Firenze certe enfatizzazioni cattoliche, tipiche del dopoguerra, non hanno avuto collocazione; certe mobilitazioni facili dei tempi di Pio XII non hanno avuto riscontro nella nostra città che certamente ha anche dei grossi pericoli e dei grossi limiti, il limite di un individualismo raffinato ed esasperato, il limite anche di una critica portata all'eccesso e anche di un certo machiavellismo di fondo, limiti poderosi all'esperienza spirituale dei fiorentini.
Certamente queste sei figure hanno creato la storia, la si sta scrivendo ogni giorno di più, hanno creato il presupposto dei più grandi fenomeni della Chiesa contemporanea a livello universale.
E allora questa distinzione netta dal costume ecclesiastico racchiude una frase, l'ho inventata io, ma mi piace tanto: "Io sono contento per ogni cristiano cosciente". Questa parola, coscienza, quando si parla di don Milani è quella che brilla come il sole: ogni cristiano ha coscienza o, anche, ogni uomo ha libertà interiore, perché non possiamo etichettare nessun uomo secondo la sua fede religiosa, ma ogni uomo va visto secondo la potenza della sua libertà interiore.
Io sono convinto che nella Chiesa, anche in quella che uscì da Pio XII, è molto più la libertà che uno non riesce a darsi di quella che gli viene tolta. Questa è la separazione abissale, lo iato nettissimo, tra Lorenzo Milani e tutta la contestazione, che ha avuto anche dei meriti, che ha suscitato delle occasioni, delle ricerche perfino.
Don Milani è uno che ha saputo darsi tutta la libertà pagandola di persona, nell'ambito di una situazione e di una Chiesa che in fondo gliela lasciava, la libertà, per cui il suo contrasto con la gerarchia rappresentata dal cardinal Florit, è un contrasto doveroso da figlio a padre. E' un contrasto doveroso nell'ambito di una unità intoccabile, è un contrasto che per lui significa fioritura, invenzione di sistemi, occasioni, incontri che di per sé sembravano impossibili, tant'è che la gerarchia ecclesiastica, che gliene ha fatte di tutti i colori, non poté mai toccare la sua ortodossia e la sua voglia di essere nella Chiesa, tanto che negli ultimi tempi, in una esperienza di purificazione e di morte di carattere mistico, Lorenzo Milani voleva essere fatto monsignore.
Se c'è una cosa sciocca fra i preti è quella di ambire ad essere fatto monsignore. Perché voleva questo? Oppure chiedeva in alternativa che gli fosse permesso di fare una lezione, una lezione nel seminario fiorentino, sulla cattedra di teologia, ed io ho vissuto quel periodo prezioso con lui. Perché questo? Perché voleva che di fronte a tutti fosse sancita non la sua fortuna di prete, ché non ha mai cercato fortuna, ma la sua integrità sacramentale e il suo carattere ortodosso.
C'è a questo punto una lettera che amo leggervi; c'è anche una parolaccia, ma quella ce la lascio. E' del '54 quando Lorenzo Milani viene trasferito da San Donato di Calenzano a Barbiana. Decine di preti, specialmente della piana intorno a Prato, si strusciavano le mani di questo prete ormai messo da parte, commentando "Hai visto come l'hanno sistemato!". E non si rendevano conto che si trattava di spostare una bomba che avrebbe esploso per cinquant'anni, diceva Lorenzo Milani, "sotto il sedere dei miei nemici", è la sua frase nella lettera a don Antonio.
Dunque a Vicchio c'era un cappellano mugellano, don Renzo Rossi, che attualmente opera in Brasile. Lorenzo Milani gli scrive di preparargli l'accoglienza dei preti del vicariato di cui sarebbe entrato a far parte, perché li temeva. Il suo dubbio era: "Forse ho sbagliato; siccome tutti sono contro di me, siccome mi hanno lacerato, son contro di me, forse ho sbagliato io". Ed è una lettera stupenda, dopo che Renzo Rossi gli manda un biglietto di buona accoglienza a Barbiana, nella zona di Vicchio di Mugello.

Caro Renzo,
grazie d'aver pensato a scrivermi. Sei stato davvero un buon amico. Io non sarei riuscito mai a pensare una cosa così gentile. Mi raccomando a te che tu ti sforzi d'esserlo anche in futuro e di predispormi bene i Preti del vicariato.
Dopo tutto non chiedo poi tanto: lasciarmi vivere, non occuparsi di me, non riferire notizie di seconda mano, trattarmi col benevolo compatimento con cui si tratta il neofita e il convalescente.
Non soffro tanto per il distacco dal popolo (distacco relativo, perché non ci eravamo mai voluti bene come dopo questa batosta) quanto per il fiasco clamoroso che ho fatto nell'intesa coi confratelli vicini.
Questo mette in questione la cattolicità di tutto il mio lavoro perché mi illudevo d'essere ancora un prete cattolico, ma ora che i preti più vicini in perfetto accordo m'hanno sbranato, io appaio agli occhi della gente come un prete isolato e un prete cattolico isolato è inutile, è come farsi una sega. Non sta bene e non serve a niente e Dio non vuole.
Se dunque lassù avrò la grazia di poter convivere vorrà dire che la colpa è stata di quei bischeri che hanno voluto occuparsi dei fatti miei.
Se invece farò fiasco anche lassù non mi resterà che farmi monaco di quelli murati vivi per vedere di salvarmi almeno l'anima. Naturalmente preferisco la prima soluzione e spero di cuore che vorrai aiutarmici e chiudere un occhio o due su quello che non t'andrà. Dopo tutto sono un'anima anche io e non c'è ragione di buttarmi a mare specialmente se si tiene conto della giovane età, della cattiva educazione, delle tare ereditarie e dei 20 anni passati nelle tenebre dell'errore.
Un affettuoso abbraccio e a presto tuo Lorenzo.

Mi ricordo il vescovo Bartoletti che su questa lettera diceva: "Questo è un trattato sulla Chiesa".
Ed ora do due spunti appena. Che cosa è stata la fede in Lorenzo Milani? Lui diceva: "Non saprei fare il maestro se non fossi un prete", ma dicendo questo non si riferiva a certi preti che sono inopportuni maestri o invadenti maestri. Nel prete lui trova la ragione della massima fioritura della forza di coscienza e la ragione della massima fioritura di paternità. Lorenzo Milani è un vergine, ma di quelli "che hanno figlioli in abbondanza", come dice la Bibbia, "più di colei che ha marito", perché quest'uomo ha trovato nella sua ragione di esser prete anzitutto l'ascolto di tutto e di tutti, poi il cogliere i vantaggi che in altre esperienze di pensiero, che subito non vengono classificate cristiane, ci sono proprio in ordine all'intesa di Dio. Infine, in questa sua condizione di prete, trova la sua disponibilità. Senza padre, senza madre, senza genealogia, il prete Milani ritrova le ragioni paoline della sua somiglianza a Cristo.
E qual è il taglio specifico della fede di Lorenzo Milani? Io lo scrissi, appena morto, in un articolo che andò anche sul
Corriere della Sera e fece il giro un po' di tanti giornali, che mi provocò un provvidenziale scontro col vescovo ausiliare del cardinal Florit, perché io dicevo che, appunto, è l'obbedienza la virtù tipica di Lorenzo Milani. E questo vescovo mi scrisse: "Ma come? Lui che ha fatto piangere il suo arcivescovo, lui che ha scandalizzato i preti, lui qui, lui là, lui sotto, lui sopra, e tu dici che è l'obbedienza, quando è un disobbediente!"
Convinto di se stesso, un inopportuno, un indisciplinato, un uomo avvezzato male, un uomo venuto troppo tardi, non dalle file cattoliche, fiorito così, nella scelta d'essere prete e del seminario, capitatoci per altre strade, uno inopportuno, uno scomodo nel senso brutto della parola, don Milani era convinto che l'obbedienza nell'esperienza cristiana andasse vissuta solo e soprattutto a livello di persona. E qui, se avessi tempo, aprirei le lettere di Paolo, quando parla del mistero del sacerdozio di Cristo, quando c'è questo grande consenso; io figlio di Dio mi faccio uomo, cioè scelgo la condizione del servo, scelgo la croce. Paolo dice: "non si può parlar di Cristo se non si parla di Cristo crocifisso", e poi dice: "La nostra fede sarebbe vana se non ci fosse stata la Resurrezione", cioè se la potenza di Dio non si fosse sposata, inserita nell'atto più umiliante della condizione dell'uomo, che è il morire, e poi morire a quella maniera.
Allora, realizzata in se stessa, questa verità è unica e intangibile, perché nessuno, neanche una disposizione ecclesiastica, può penetrare nel fondo della coscienza, dove c'è soltanto il regno, la posizione, l'incontro con Dio e la mia obbedienza diventa una proposta. Non so se avete afferrato i passaggi di questo pensiero teologico, spero.
Si deve parlare di libertà interiore e non si deve mai parlare della libertà della Chiesa, ne ha troppa di questo tipo di libertà la Chiesa e quando l'ha rivendicata si è chiusa in se stessa, quasi fosse una cittadella assalita. La libertà è nella Chiesa perché la Chiesa deve essere strumento di liberazione costante, applicata a qualsiasi costo, in qualsiasi condizione, in qualsiasi esperienza storica.
Quindi non più la libertà come un dono, che è il concetto liberale e borghese della libertà, ma la libertà come rivendicazione della propria scelta di Dio e come provocazione su qualsiasi povertà e condizione di scompenso umano.
E questa libertà va vista all'interno di una vitalità in cui opera direttamente il fratello universale, il grande libero, che è Cristo, visto all'interno di una gioia, la gioia di credere.
E qui vien fuori la lettera famosa di Lorenzo a don Antonio di Spezia:

...
Per esempio vedo dei giovani preti e chierici "di sinistra" che han perso l'equilibrio della parte dell'amarezza. Leggono, ascoltano, raccontano dalla mattina alla sera i fatti, gli episodi, situazioni in cui la Chiesa e i cattolici si disonorano. Fatti che spesso sono veri, anzi spesso non sono neanche il peggio vero, eppure questa loro dignità di fatti veri (…) è viziata dall'essere stati scelti e dall'essere troppo presenti al pensiero.
Se la scoperta del male deve prendere tanto posto nella nostra vita da non saper più guardare con un sorriso divertito e affettuoso tutte le cose buone che pur esistono nel mondo e nella Chiesa, allora meritava non scoprirlo.
Rovistiamo dunque negli errori di casa nostra solo quel tanto che basta (…) per contribuire anche noi senza falsa umiltà all'educazione e istruzione dei nostri confratelli e superiori compresi i Vescovi e il Papa (che hanno bisogno come tutti, e forse più di tutti). Ma dopo aver ottenuto questi due scopi basta, non ne parliamo più, ci si può far sopra anche una risata divertita.


E guardate che don Lorenzo Milani era un uomo gioioso nella fede. E chi non ha gioia, credo che non possa vedere la primavera costante che la storia porta con sé. E allora viene fuori il primato della coscienza. Ci sarebbero da leggere tante lettere, spero lo facciate da voi. Nella sua condizione di maestro derivato da quel fatto di esser prete a quella maniera, con quella trafila, con quella purificazione, con quelle conquiste interiori vien fuori quello che è il bene dell'educazione, che è lo scopo di ogni scuola, di ogni famiglia, in quelli che sono i templi dell'educazione, della crescita umana, della crescita popolare, cioè il primato della coscienza, non della massa, tanto meno dell'economia, tanto meno dell'aver le cose, che inganna i giovani anche oggi e li rabbuia dentro.
Mi ricordo di una lettera autentica di un ragazzo di 21 anni, dal Maschio di Volterra, un carcere famoso, che scriveva qui a Milano ai suoi genitori.
"Cari genitori, da voi ho avuto tutto: a 18 anni la prima, la seconda, la terza macchina, lo yacht, i viaggi per il mondo - sembrava la parabola del figliol prodigo - e poi la droga, e poi la partecipazione alle insurrezioni armate, eccetera, alla condanna, eccomi qui. Però, soltanto quando sono entrato in questo carcere e ho visto la misura umana ho compreso ciò che voi non mi avete mai dato. Troppe cose ma nessun perché".
E questo è il primato della coscienza, approdo di ciascun cuore umano, di ciascuna mente umana.
E allora vien fuori la scuola, qui ne parlerà Luciano Pazzaglia. Qual è il pregio della scuola di Lorenzo Milani? Qui direi che è quasi un tomista, è il finalismo:
Lettera a una professoressa è enorme.
"Cercasi un fine, bisogna che sia onesto, grande, che non presupponga nel ragazzo null'altro che di essere uomo, cioè che vada bene per credenti e atei. Io lo conosco, il priore me l'ha imposto". "Me l'ha imposto": bellissimo questo fatto, di autorevolezza dell'educazione.
L'autoritarismo non serve a nulla, ma l'autorevolezza del testimone, del martire dell'educazione, ci vuole sempre, così come ci vuole in casa l'autorevolezza dei genitori, che non è l'imposizione, ma il trasmettere convinzioni vissute, il far vedere che si ha dentro qualche cosa, che soltanto attraverso il rapporto costantemente dialogico fra genitori e figli, fra alunni a maestro, si può operare.
"E ne ringrazio Dio; ho risparmiato tanto tempo, ho saputo minuto per minuto perché studiare. Il giusto fine è questo: dedicarsi al prossimo".
Qui si spalanca il mondo di oggi. In questo secolo come vuoi amare se non con la politica ed il sindacato, sono temi che lascio a Luciano, e con la scuola? Siamo sovrani, ecco cos'è il primato della coscienza: la vera sovranità popolare non è quella della rivoluzione francese, ma molto di più; non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte contro i classisti che siete voi, contro la fame, l'analfabetismo, il razzismo, le guerre coloniali ecc.
Dunque questa è la perla della pedagogia di don Milani che oggi è studiato ormai a livello internazionale. La serietà del mestiere di maestro arrivò fino a dire che i maestri e le maestre non devono sposarsi perché nella scuola ci hanno una tale fioritura di culle, che sono questa crescita della gioventù.
L'apporto dell'insegnante, poi, è un fattore politico perché sempre la scuola deve legare il suo processo educativo ai diritti civili e ai fatti che avvengono.
E poi il fine personalistico, già ve ne ho parlato, perché la scuola diventa un vero strumento di liberazione; è un momento permanentemente rivoluzionario. Il "non bocciare" di don Milani non significa mandare avanti degli asini. Il "non bocciare" significa la capacità rarissima di saper promuovere tutti, uno per uno, secondo le caratteristiche, secondo il fiore che è dato nella vita a ciascun uomo e a ciascuna donna.
E quindi questo sposalizio fra autorità e libertà, fra autorità e responsabilità sociale, fra autorevolezza e disponibilità ad amare, è contro il sapere catalogato, contro l'intellettualismo, contro la negazione della teoria del genio che si isola in se stesso e la sera si mette a sentire Bach.
Barbiana diventa il luogo più deputato per un'esperienza di Chiesa a quella maniera, per un'esperienza di scuola, e diventa un posto universale; e non è vero che Barbiana oggi è disabitata. Si, tutte le case coloniche sono diventate una seconda casa per i borghesi fiorentini, ma c'è ancora questa chiesetta, c'è quella tomba.
E sapeste quante volte c'ho sorpreso la gente, uomini, donne, giovani a pregare ore su quella tomba, perché è veramente un posto in cui esplodono vocazioni a ogni tipo di servizio mettendosi e chinandosi su quell'esperienza di uomo che ha avuto nell'ultima parte della sua vita, nei giorni della sua morte, delle vere e proprie manifestazioni mistiche.
Concludo con due lettere. Una viene citata poco: è del '46, quando Lorenzo Milani deve comunicare al babbo che deve fare il voto di castità sacerdotale, un discorso difficile. Io ci sono stato tante volte in casa loro, nella villa di campagna, a Gigliola, vicino a Montespertoli. Quando io penso al babbo di don Milani, penso veramente all'episodio di San Paolo all'Areopago di Atene, cioè, a questo perfezionismo fatto di dignità, fatto di sapere, fatto di incontro con undici persone bene scelte, questo non perdere mai tempo. Era una vita da signori estremamente rigorosa su questo; sembrava un monastero. Questo ragazzo rompe con questo passato di perfezionismo, diventa il povero di Jahvè, diventa il povero Cristo e deve comunicare al babbo questo.

Caro babbo,
t'ho trovato un po' giù di morale l'ultima volta. Vorrei dirti quello che posso, ma non so da dove incominciare. Volevo dirti che mi pare una cosa tanto bella l'avere noi tre e la mamma, e che gli anni che vengono per te, sono tra i più belli che si possa sperare. Hai una famiglia in prima fioritura, mieti onori lauree nuore ordini maturità dei tuoi figli. I rivolgimenti politici non ce lo possono toccare questo patrimonio. L'avessi io un'opera compiuta e fiorente così!
Poi visto che ci sono profitto dell'occasione per parlarti del suddiaconato. Vorrei il vostro esplicito permesso e consiglio e che sappiate bene cosa importa. E' un impegno definitivo che mi prendo con Dio, con me stesso, e con una grande società umana che è la Chiesa. Ha valore di voto cioè non ne dispensa neanche il Papa. Mi impegno alla fede, al celibato, all'ufficio quotidiano (breviario), all'obbedienza al vescovo e al servizio della chiesa fiorentina. Tutto questo lo sto già praticando da due anni e mi ci trovo molto bene. Io per me non ho dubbi e neanche Don Bensi e Don Giovani che se intendono. E neanche i superiori esterni pare. Così mi pare di non stare facendo un'altra bambinata. Dimmi ancora cosa ne pensi te e la mamma (non per posta!!).
Caro babbo, arrivederci presto, mi dispiace non essere a casa a coccolarti tutto il giorno, ne incarico la mamma.
Tuo Lorenzo.

Concludo con quel capolavoro che è la lettera a Pipetta. Chi è Pipetta? E' un ragazzo di Calenzano, un piccolo esponente della cellula comunista. Naturalmente c'è tutta una situazione terribile perché il comunismo ha sotto di sé il peso dello stalinismo, e non bisogna mai dimenticarlo questo, ma ha tutto il merito del movimento operaio, che è autentico e in cui don Lorenzo Milani ci si ritrova, ci siamo ritrovati in pieno.
Lorenzo Milani compie con questi giovani tanti passi di rivendicazione; la sua lettera sulla vicenda del licenziamento di Mauro la trovate su Esperienze Pastorali, per esempio.
Però, qual è il punto in cui scatta la differenza?

Caro Pipetta,
ogni volta che c'incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora…
Lo dici perché fra noi due ci siamo sempre intesi anche se te della scomunica te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché ti ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni.
Ma dimmi Pipetta, m'hai inteso davvero?
E' un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così.
E quel caso è stato quel 18 aprile che ha sconfitto insieme ai tuoi torti anche le tue ragioni. E' solo perché ho avuto la disgrazia di vincere che..
Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie. Ma credi, mi piego con ripugnanza, lascia che te lo dica a te solo. Che me ne sarebbe importato a me della tua miseria? Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua. Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell'altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m'hai più chiesto.
Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull'uscio dei ricchi, di là c'è il Pane di Dio.
E' solo questo che il mio Signore mi aveva detto di dirti. E' la storia che mi s'è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta.
Ora che il ricco t'ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco.
Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch'io sono l'unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere e invece strofini sale sulla mia ferita.
E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m'avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi.
Hai ragione, sì, hai ragione. Tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.
Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.
Ma come è poca parola questa che tu m'hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m'hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come ti dico ora: "Hai ragione". Quel giorno finalmente potrà riaprire la bocca all'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: "Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro".
Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore Crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: "Beati i… fame e sete".

E così concludo, miei cari. Spero di aver collocato nel vostro animo una grande voglia, che è una voglia cristiana, la voglia di essere se stessi, per realizzare la quale occorre la grande spiegazione con Dio e la grande spiegazione col fratello universale, Gesù.
(…)

(la trascrizione non è stata sottoposta alla revisione del relatore)

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